giovedì, 17 gennaio 2008
Reload
È da un bel po' di tempo che non scrivo qui sopra, mi sono ricordato di avere un blog qualche minuto fa e mi sono ritrovato a pensare ai motivi per i quali non ho scritto da così tanto tempo. Se mi guardo un attimo indietro vedo... vedo prima di tutto un muro bianco con uno di quelle lavagne per appunti che si comperano all'IKEA e... cazzo! c'è attaccata la ricevuta di un pacco che avrei dovuto prendere qualche reincarnazione fa... vabbe', dicevo, se mi guardo dietro, in senso metaforico, vedo che i motivi che non m'hanno fatto scrivere so' stati tanti, non che vi importi suppongo ma un blog non serve a scrivere cose che non importano a nessuno?
Comunque confusamente c'è il lavoro, tanta roba da scrivere e da disegnare, c'è lo studio e c'è un sacco di roba nuova e c'è, e questo confuso molto meno... questo confuso per niente: una ragazza meravigliosa che mi sta accanto e che ci sa stare alla grande.
Comunque ora che di me vi ho raccontato tutto non è che abbia qualcosa in particolare da scrivere, volevo scrivere un racconto ma ora non è che ci ho pensato abbastanza, non ho cose particolari da raccontare e non ho cose strane che mi sono successe... qui c'è tanta immondizia, sapete? Sì, lo sapete, lo dicono i tiggì. Ma non lo immaginate quanta è e non immaginate quanto possa essere ovunque... vabbe' ma anche di questo, infondo infondo, chi se ne fotte?
Sì, occhei, non ho un cazzo di interessante da scrivere, ho una vita abbastanza monotona e piatta e non ho nessuna cosa brutta che mi ha lasciato una cicatrice sul cuore e che mi va di condividere con voi! Ecco perché non scrivevo su 'sto cazzo di blog!
L'ultimo post risale a giugno... cazzo, giugno!
Io da giugno ad ora che cosa ho fatto?
Allora:
Ho guardato la metà delle serie televisive in onda in America.
Ho letto tutti i libri su Marlowe scritti da Chandler.
Ho letto tutti i libri polizieschi che ho trovato per casa e ho riletto tutti i fumetti che avevo.
Ho disegnato molto.
Ho conosciuto Alberto Ponticelli, il mio disegnatore preferito.
Ho ucciso un tizio.
Ho fatto un paio di tamponamenti con la macchina.
Ho fatto tre o quattro giorni di ferie a Ischia.
Ho letto quasi tutti i libri di Lansdale.
Ho mangiato tutta la calza della befana in un giorno solo.
Ho avuto un attacco di diarrea.
Ho letto tutta i libri di Bruno Vespa.
Ho comperato il mio primo Mac.
Ho comperato uno di quei temperamatite da scrivania che mi sta dando un sacco di soddisfazioni.
Ho deciso di mettermi a dieta.
Ho partecipato alla fiera del fumetto a Lucca.
Ho imparato cosa significa manicheo.
Non faccio un elenco di tutto quello che non ho fatto perché non ne ho voglia ma avrei voluto fare più cose di quelle che ho fatto... sì, occhei, ho mentito su alcuni punti è vero ma sono pur sempre uno scrittore e fa parte della mia indole arricchire quello che scrivo con cose che non sono vere... occhei, su una cosa proprio non ce la faccio: non ho letto tutti i libri di Vespa, non ne ho letto manco uno.
Vabbe', niente, ora me ne vado che ho da fare, ho scritto tutto di getto così da sperare che questo sia solo un nuovo inizio di tanti nuovi post.
Che la forza sia con voi!
Ah, un'altra cosa, c'è una frase che ho letto, non so di chi sia ma per quanto sia discriminatoria e maschilista e stupida mi piace da impazzire, forse perché io sono stupido, maschilista e tutto il resto... non so... ma mi piaceva più o meno:
Le donne sono, per certi versi, come le piscine: il tempo che passi a mantenerle non vale il tempo che ci passi dentro.
venerdì, 01 giugno 2007
All'Aleph Cafè - Parte uno di non so quante
Erano passate le nove di sera e, per quanto il calendario andasse a dire in giro che fosse Febbraio, faceva caldo come in uno qualsiasi degli orifizi di Satana. Non mi ricordavo il secondo motivo per cui ero sceso di casa dopo essere tornato dalla cerimonia, il primo motivo ce l'avevo in mano: carta igienica. La carta igienica è un po' una di quelle cose senza la quale il mondo non gira: come le banane, come le sigarette, come Elvis. Cioè, è una roba che si è evoluta nella storia dell'umanità, ma c'era già nascosta da qualche parte, qualcosa di strettamente collegato alla nostra natura; insomma, la banana non se l'è inventata nessuno, un Cristo qualsiasi l'ha presa via dal casco e se l'è ficcata in bocca. Idem per le sigarette, magari con un processo più lento ma parliamo dello stesso tavolo da gioco: uno prende il tabacco e lo fuma. Punto. Per Elvis non è dissimile, Elvis era già Elvis prima di essere Elvis, solo che Elvis non lo sapeva, anche lui non se l'è inventato nessuno. La carta igienica è uguale, si è evoluta nella storia ma non è altro che la prima cosa che “l'homo qualcosa” di turno ha preso e ha usato per pulirsi il culo. Lui non la chiamava carta igienica, probabilmente non la chiamava affatto, ma la sostanza è quella anche qui.
I collegamenti mentali del mio cervello, e il fatto che non ricordi qual era il secondo motivo per cui ero sceso di casa, mi fanno ricordare immediatamente quanto abbia bevuto qualche ora fa. Pranzo di addio al celibato di Seb: di padre spagnolo e madre tedesca, uno che tutto sommato è un bravo ragazzo se si pensa che non ha un orecchio. Non che la cosa conti, ma non ce l'ha. Girano voci su come lo abbia perso ma a me non importa più delle barriere architettoniche e prima ho pisciato su un elevatore per paraplegici.
Comunque, Seb si sposa e questo pranzo tra soli uomini era l'ultimo pezzo della sua vita da “claudicantemente impegnato”. Ha dovuto fare un pranzo perché la sua ragazza... moglie o quello che sia, non vuole che vada in giro di sera. La ragazza gli tiene le palle sugli attenti da due anni e mezzo e una volta trovò Seb a telefono con una collega e lei diede fuoco alla sua auto. Gisto perché Seb all'auto ci teneva. Una ragazza a posto. Tutti noi colleghi siamo andati a 'sta festa con l'abito da sera, un po' per prendere per il culo un po' per... no, solo per prendere per il culo. E ora ho ancora 'sto coso addosso e il negoziante non aveva un sacchetto, quindi vado in giro in Frack con un pacco di Carta igienica in mano.
Poi mentre tutti i miei tentativi di ricordare il secondo motivo per cui ero sceso vanno a comprare il sale, vedo un bar o qualcosa di simile e mi propongo di entrare a bere qualcosa prima che corra il rischio di diventare sobrio di sabato sera.
Aleph Café. La scritta così dice. A intermittenza lo dice con una lettera di meno ma sono troppo stanco per decidere qual è.
Apro la porta e respiro il fumo di almeno un paio di dozzine di marche diverse di sigari e sigarette e l'odore in numero almeno doppio di alcolici vari. L'odore fa quel piacevole solletico ai polmoni.
Mi piace questo posto.
venerdì, 23 febbraio 2007
Oggi ho visto un amico, cioè, magari non è proprio un amico, è uno che conosco ma in generale il discorso tiene perché ho altri amici nella medesima condizione di 'sto tizio... però non li ho visti oggi. Vabbè, fondamentalmente sto cercando di dire che ho degli amici che, pur non essendo marcatamente più vecchi di me, hanno dato alla luce un pargolo. Premettendo che, in generale, credo sia una cosa meravigliosa, insomma, che lo diciamo a fare? È tuo figlio, cazzo! Cioè, un piccolo te a cui poter far fare tutte le cose che avresti voluto fare e non hai fatto e tutte quelle che non hai fatto e che avresti voluto fare: cazzarola, è la tua seconda possibilità, è il secondo gettone, il salvataggio della partita, il ciclo della vita, il cazzo che ti pare, fatto sta che è una cosa indescrivibilmente e mastodonticamente meravigliosa!
Il punto comunque non è stare qui a dibattere su quanto è bello anche perché non ci sono tesi contro, sopratutto perché ci scrivo solo io qui e sono perfettamente d'accordo con me stesso e già che ci sono mi faccio anche i complimenti per le conclusioni a cui sono giunto. Mi ringrazio pure perché sono una persona cordiale.
Dicevo: il punto è che ho visto questi amici co' 'sti piccoli pezzi di universo tra le mani: piccoli, minuscoli e belli e fragili e forti come solo qualcosa di infinitesimamente grande può essere. Me li sono immaginati venire fuori con l'espressione sul volto di qualcosa che viene da molto più lontano di quanto ti convica sia possibile.
Ho pensato a quanto orgoglio possano generare, a quanto dolore, a quanto amore.
Ho pensato a quanto possa essere grande quella mano che ti stringe il dito.
E ho guardato questo ragazzo oggi, uno che non conosco bene ma che fondamentalmente stimo e stimerei anche solo per quanto ne sa sui fumetti.
E l'ho guardato tenere in braccio il figlio e guardarlo negli occhi e 'sto tipo non avrà che una manciata d'anni più di me. Ma a parte gli anni, l'ho visto guardare quel bambino come non ho mai visto guardare niente in tutta la mia vita... o meglio come ho visto guardare solo i propri figli.
Prima ancora di pensare d'essere lui, di tenere in braccio mio figlio e di immaginarlo a fare tutte le cose che vorrei e che lui, con ogni probabilità, non vorrà fare. Prima ancora di pensare a che si prova a tenere un figlio in braccio... ho pensato a quello sguardo e a come mi sarebbe stato in faccia e subito dopo quello, inevitabilmente, mi sono ricordato di me e di come mi guardava mio padre.
Mi sono ricordato di quanto fosse naturale per me che lui fosse mio padre, per piangergli addosso perchè mi avevano picchiato a scuola o per abbracciarlo per l'ennesima bicicletta.
E ancor prima di quanto fosse mio padre ad esserci e a baciarmi la fronte per farmi addormentare e di come per me quella, allora, fosse la cosa più normale del mondo.
Ho pensato a quanto mi fido e mi sono fidato di lui, a tutto quello che gli ho fatto e a quanto sia il miglior padre che avrei mai potuto desiderare e a quanto sarà difficile crescere un figlio cercando ogni giorno di essere alla sua altezza.
E ho pensato a quando ero bambino e papà mi sgridava o mi trattava male veniva a svegliarmi di notte per chiedermi scusa e per dirmi che "mi voleva bene ancora di più quando mi sgridava"... e io allora non capivo granché e gli dicevo solo che era occhei ormai. Ma ora capisco abbastanza da sapere che il coraggio di chiedere scusa al proprio figlio è la cosa più immensa del mondo.
E mentre tornavo piccolo a farmi abbracciare da mio padre ho pensato al suo sguardo e al mio. Al suo modo di guardarmi come se fossi il dono più grande mondo e al mio modo di vederlo come se fosse assolutamente normale per me che lui fosse "semplicemente" papà.
Insomma, sarà stato un attimo che il tizio e il figlio si sono guardati e nella mia testa è scoppiato questo.
Ora non so bene se voglio un figlio o se voglio tornare bambino, probabilmente entrambe... so però che è dolce guardasi allo specchio e portarsi le stesse rughe di mio padre sulla faccia.
Ora lacsiatevi mandare a fare in culo perché quando divento troppo "emotional" poi mi rompo i coglioni e ucciderei qualcuno.
Non ho mai detto di essere normale e ho sempre ammesso il contrario.
Che cazzo volete?
Normalmente vostro
giovedì, 18 gennaio 2007
Sto un po' meglio. Come non esserne felice?
Devo ammettere che, a rifletterci, fa un po' strano ad essere contento di stare nella propria condizione di normalità - due punti - bene. Che intendo? Lo stessatodico e disperdiforme essere umano è abituato a dare per scontato le cose, è bravo a prendere una roba meravigliosa e a farla fermentare abbastanza da poterla semplicemente declassarla a "comoda". E con la stessa spicciolezza e semplicità è capace di ringraziare Dio o "Chiperesso" (noto dio Papuasiano) per essere ritornati ad una condizione di normalita - tipo fine di raffreddore - che spesso avavamo chiesto al sopracitato di cambiare in previsione di una condizione migliore. Noi dei sud poi abbiamo un rapporto molto intimo e personale con Dio e siamo capaci di cose meravigliose: "Dio, pe' piacere, fa' (da notare il tu) vencere 'o Napule dummeneca 'ca me faje 'ncarra' nu' tridece ca' arrevoto 'o rione! E famme vencere pure 'a Cremonese c' aggia pijia' pe culo a cainatemo!"
Taduzione: "Voglia tu, mio Signore, donare domenica la vittoria al Napoli, così che io possa generar cotale baccano da produrre echi nel quartiere tutto. E, se ti è possibile, fa' che vinca la Cremonese così potro aver ragione di mio cognato"
Che voglio dire? Magari lo sapessi! Scrivo apposta per mettermi ordine nella testa!
In generale, solo che, forse, dovremmo essere più grati a "Chicchesia" (Il noto Dio della Qualunquesia) anche solo per il fatto che stiamo semplicemente bene.
Megliamente vostro
lunedì, 15 gennaio 2007
Oltre l'una.
Ho fame.
vi delizio con un testo un po' vecchiotto di un gruppo di amici noto ai più come "BABALOT".
Io lo trovo un pezzo dolcissimo.
Una cosa sola
Mi sfiora la mano
lei alza la voce.
Mi sembri bellissima
fatta di luce.
Qualcuno ti guarda,
qualcuno ti usa.
Arrivi alla strada
distante e confusa.
Perché non mi basta
d'avere controllo,
devo svuotarti
da dentro il cervello.
E poggia la testa
non pensa più ad altro
e allenta la presa
spegnendo la luce
Bellissima e sofisticata
metà donna e metadone
Bellissima e sofisticata
metà donna e metadone
Mi sento potente,
mi dai energia,
perché la tua vita
riflette la mia
e chi ci controlla
si nutre ed ingoia,
diventa imbecille
soltanto per noia.
Nei servi dei servi,
recisi nei nervi,
stringimi ora
nel buio mi servi
e se ancora ti ama
di certo ti usa
ma noi siamo
come una cosa sola
Bellissima e sofisticata
metà donna e metadone
Bellissima e sofisticata
metà donna e metadone
Bellissima e sofisticata
metà donna e metadone
Bellissima e sofisticata
metà donna e metadone
Dai, com'è?
Matadonicamente vostro
lunedì, 15 gennaio 2007
Aggiorno il post a causa di un problema che il caro Seaweeds mi ha fatto notare.
Le scritte non si leggono e visto che non c'è una soluzione migliore, ve le scrivo qui:
V.1
"Pelle d'oca", mi sono sempre chiesto cosa significasse.
V.2
Ora lo so.
V.3
Pulsa sotto il rumore Stridente della pelle del guanto.
V.4
Brucia.
V.5
La camionetta balla sulla strada.
V.6
Meglio così. Non si accorgono che tremo.
Va' che stasera sono proprio in vena.
L'ho scritta e disegnata un po' di tempo fa, non è il massimo ma ha stile.
Ballonisticamente vostro
lunedì, 15 gennaio 2007
Buon duemilasette e buon duemilaotto se non ci vediamo
È un botto di tempo che non mettevo le mani sul mio blog, prima o poi era davvero giusto che lo rifacessi. È giusto, in generale, che trovi un po' di tempo per scrivere più spesso.
Ora non è che io abbia molto da dire, nel senso che non c'è nessun motivo particolare per il quale scrivo, quindi mi limiterò a raccontare confusamente ciò che si differenzia e si è differenziato dalla mia routine.
Non mi sento bene.
Sputare un gel verdastro è una cosa che ha un essere umano non dovrebbe capitare mai nella vita.
A rifletterci su può essere molto deprimente. Può anche essere schifoso, lo è quasi senza dubbio, ma è anche opprimente. Muchi. Tosse. Malore generale. Sono giorni che alterno a una mezza dozzina di parole colpi di roca e profonda tosse da attempato ex camionista cosacco in preda ad attacchi di roca tosse profonda tipo verso di Battlecat di He-Man. Scomodo, triste, rumoroso, altri tre aggettivi che si addicono molto alla faccenda. Che mi fa anche schifo salutare le persone perché so che poco prima ho portato la mano alla bocca per tossire.
Nella fattispecie, adesso, ho anche mangiato da relativamente poco una marinara, indi, ogni volta che tossisco, l'aria che butto fuori ha anche uno sgradevole sapore di aglio. Fa schifo troppo, vero?
Altro?
Fumetto.
Non credo di averlo detto troppo in giro ma ho scritto un fumetto che è stato pubblicato e presentato al Lucca Comics di quest'anno. Non mi va di dire più di tanto, lo dico per riassumere gli eventi, non per pubblicità... vabbè, anche un po' per pubblicità, ma proprio un pizzico... E, niente, magari se lo leggete fatemi sapere come vi pare.
Poi?
Niente altro di chissacché: amo, molto, e sono amato, vivo, sono alle prese con il mio nuovo obbiettivo per il duemilasette: pilotare il Mazinga Z o, in alternativa, fare un fisico tipo il sopracitato He-Man. Sì, lo so, vedo anche io più probabile la prima.
Che poi visto che l'ho nominato due volte e visto pure che lo adoro, ho sentito una cosa bellissima su di lui, una frase. Conoscete l'ultimo singolo di Elisa, quello dove all'improvviso esce Ligabue e si mette a cantare (non nel singolo, nel video), ecco, quello, avete presente? La frase è un palese richiamo a quello: Quante cose che non sai di He-Man!
Eh? Che ne pensate? Geniale, eh?
Occhei, ora vi lascio, sono stanco e ho bisogno di dormire e anche di fare la cacca. Statemi bene, prometto che stavolta torno presto a scrivere, magari anche domani.
Catarrosamente vostro
mercoledì, 08 novembre 2006
Come tutti i nati sotto il segno del cancro, sono un uomo dai facili entusiasmi. Questa positivissimo modo di vedere le cose ha svantaggi non insopportabili, ma scomodi. Quali? Per esempio: come faccio a spiegare che una cosa mi ha colpito molto? Con gli aggettivi, giusto? Ma quali aggettivi uso se sono abituato a usare i termini "meraviglioso", "splendido" et similar come intercalari più che come aggettivi? Esempio: "quel tostapane è verde acido: MERAVIGLIOSO!" o "Memento: splendido!". So che un tostapane verde acido è davvero meraviglioso e che Memento è davvero splendido ma quello che cerco di dirvi ora non è questo. Il fatto è che ho letto questa poesia e mi è piaciuta davvero tanto, solo che gli aggettivi non è che possano qualificare perché, in effetti, per me sono meravigliose ed eccezionali un sacco di cose e poi arriva una cosa che è davvero bella oltre i canoni e io allora non so che dire e sto zitto. Che poi va a vedere se non è la scelta migliore...
Scommetto che non avete capito niente di quello che volevo dire, vero?
Che bello essere me.
C'è questo Tondelli che ha scritto 'sta cosa, che ve ne pare?
Vedere il lato bello
Vedere il lato bello,
accontentarsi del momento migliore,
fidarsi di questo abbraccio
e non chiedere altro,
perchè la vita è solo sua
e per quanto tu voglia,
per quanto ti faccia impazzire,
non gliela cambierai in tuo favore.
Fidarsi del suo abbraccio,
della sua pelle contro la tua,
questo ti deve essere sufficiente,
lo vedrai andare via tante volte
e poi una volta sarà l'ultima,
ma tu dici, stasera,
adesso,
non è già l'ultima volta?
Vedere il lato bello,
accontentarsi del momento migliore...
fidarsi di quando ti cerca in mezzo alla folla,
fidarsi del suo addio,
avere più fiducia nel tuo amore
che non gli cambierà la vita,
ma che non dannerà la tua,
perchè se tu lo ami,
e se soffri
e se vai fuori di testa,
questi sono problemi solo tuoi,
fidarsi dei suoi baci,
della sua pelle quando sta con la tua pelle,
l'amore è niente di più.
Non va un po' dopo la meraviglia?
Sì che ci va.
sabato, 30 settembre 2006
A volte mi sorprendo a pensare a quanto quello che sono sia terribilmente piccolo rispetto all'universo o, comunque, a tutto quello che non so. E a quanto sia inesistente la ruota della mia macchina che si buca o un esame o un caffè rovesciato a terra o la perdita del mio portafogli.
Mi trovo a domandarmi se gli alberi o le congiunzioni astrali siano impegnati a guardare un molto ipotetico orologio a cui attenersi per far cadere le foglie o per "congiungere".
E se il tutto, quindi, è soggetto davvero a una regola o se è solo una casuale armonia meravigliosa. Mi rispondo che gli alberi non hanno orologi o sono sempre stati troppo bravi a nasconderli.
In ogni caso, orologi a parte, devo per forza credere in una meravigliosa armonia che ti fa volare di metro per un secondo e poi ti fa tornare a terra e ti acceca se guardi il sole e ti fa rimbalzare la pallina e volare l'aquilone.
Con una sistematicità quasi metaforica tra l'altro. E tutto questo mi affascina un pochino in più di quanto mi atterrisce: quel pizzico che basta a farmi sentire più felice che altro. Senza farmi pensare, appunto, a quanto io sia tremendamente minuscolo in tutto questo scambio di energia.
Quando sono particolarmente stanco penso che le cose piccole possono essere abbastanza piccole da essere infinite, ma quando non lo sono quell'essere così piccolo mi fa pensare a quanto possa essere piccolo un mio gesto.
E mi domando: se quell'astro esiste proprio per congiungersi astralmente e quella foglia esiste proprio per cadere e quel legno proprio per divenrare diamante, perché io che esisto ed esisto proprio per esistere dovrei essere da meno?
E se non sono da meno a fare una cosa che sanno fare tutti, quanto il mio essere piccolo può essere grande se invece di esistere vivo? E quanto se, oltre a quello, faccio la cosa più grande che so fare? Amo!
Che succede se amo? Il punto è: che l'universo contempli o meno questa mia azione di smodato potere nei confronti dell'equilibrio, insomma, che gli dia o no importanza come accadimento. Può fare a meno di ammirarlo? Può non guardare quell'amore come io guardo le foglie o come io guarderei una congunzione astrale? Può l'universo intero rimanere indifferente dinnanzi alla dimostrazione evidente del miracolo più grande che sia mai esistito?
No, non può secondo me. E il mio "secondo me" conta e come visto che tutto questo l'ho pensato io. E mentre la teoria del "così piccolo da sembrare infinito" torna in pista, quello che cercavo di dire:
Io ti amo abbastanza da farti essere il più grande spettacolo dell'universo e l'universo non se lo spiega come fai a non essere felice per ogni secondo della tua vita per questo.
Alla donna che amo.
domenica, 24 settembre 2006
La notte mi brucia adosso.
Mi scorre nei polmoni,
gratta sotto l'addomme e mi anfetamizza la mente.
I miei muscoli premono contro le ossa:
sono stanco da morire
eppure non riesco a chiudere gli occhi.
Il pensiero di te fa l'amore con il mio cervello
ha lo stesso effetto di un Hiroshima nel cranio.
Troppa stanchezza per alzarmi,
troppo rumore di te per dormire.
Incarcerato nella mia testa
con la tristezza per sbarre e il tuo pensiero per libertà
sbatto le palpebre
ed è mia ora d'aria.
Spero la tua notte sia come la vorrei.
martedì, 22 agosto 2006
Daddy!
A volte si corre proprio per arrivare in un posto.
A volte si corre e basta.
A volte e basta.
mercoledì, 16 agosto 2006
A cucchiaio.
In qualche modo,
e per tutti i buoni motivi del mondo,
non c'era bisogno di respirare.
E lì mi accorsi,
che già t'amavo alla radice.
MavE
mercoledì, 16 agosto 2006
Penciler!
mercoledì, 16 agosto 2006
Cambio tutto. Le cose che durano troppo strancano. Non era ancora capitato di cambiare il template del blog, lo faccio ora. Era troppo serio non mi apparteneva più. Questo è del mio colore preferito ed è semplice. Amo le cose semplici. Credo che cambierò un po' di cose, sto toccando le tremila visite, è un buon momento per cambiare le cose.
Il cambiamento è sempre un'evoluzione.
Evolvere è molto piacevole.
mercoledì, 16 agosto 2006
Sono alterato. Sono alterato e irritato. Ho scritto per più di due ore un racconto che volevo postare. Ci ho sudato, mi piaceva. Era un'altra parte della serie di racconti che ho messo su fino ad adesso. Ora io sarò il cazzo a non averlo salvato altrove ma, cazzo, Splincer mi ha perso il post! Non ci sta più! Mi ha salvato solo le prime righe! Mi dispiace. Sono dispiaciuto! Non mi va nemmeno di riscriverlo tutto. non sarebbe lo stesso. Non c'è un sistema per recuperare tutto vero? Qualcuno vorrebbe farsi uccidere per farmi sfogare la rabbia perfavore?
giovedì, 03 agosto 2006
Non scrivo mai di me. Scrivo cose che costruisco, che sento, che voglio dare esattamente come do. Un po' per decisione, un po' per regola ho sempre creduto dovesse essere questo il sistema per gestire il mio modo di scrivere.
Lo credo ancora.
Solo che le idee esistono per essere cambiate e ci sono regole che meritano di essere infrante. E si puù cambiare idea anche solo per un istante e si può infrangere una regola una volta allo stesso tempo. Questo è uno di quei casi.
[IF]
If you can keep your head when all about you
Are losing theirs and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you
But make allowance for their doubting too,
If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don't deal in lies,
Or being hated, don't give way to hating,
And yet don't look too good, nor talk too wise:
If you can dream--and not make dreams your master,
If you can think--and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two impostors just the same;
If you can bear to hear the truth you've spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the things you gave your life to, broken,
And stoop and build 'em up with worn-out tools:
If you can make one heap of all your winnings
And risk it all on one turn of pitch-and-toss,
And lose, and start again at your beginnings
And never breath a word about your loss;
If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on when there is nothing in you
Except the Will which says to them: "Hold on!"
If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with kings--nor lose the common touch,
If neither foes nor loving friends can hurt you;
If all men count with you, but none too much,
If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds' worth of distance run,
Yours is the Earth and everything that's in it,
And--which is more--you'll be a Man, my son!
La maggior parte delle motivazioni che mi fanno riportare una poesia di uno dei più famosi autori della terra sono strettamente legate alla mia contorta personalità. In pratica: sono cazzi miei. Per quanto riguarda la parte di motivazioni pubbliche, è molto semplice: avrei voluto scriverla io.
Se non conoscete l'inglese abbastanza bene da comprendere la poesia, potrete trovare milioni di traduzioni del testo cercando nella rete. Il punto è che nessuna sarebbe davvero fedele, il che rappresenta anche il motivo per cui ho scelto di metterla così. Vorrei essere in grado di dare una valida traduzione, non lo sono, non credo lo sia nessuno.
"IF" è una delle opere che, a mio parere, dovrebbe essere illegale non aver letto.
mercoledì, 26 luglio 2006
Marmellata
Parte seconda
E: "Aspetta, ragazzo, aspetta. Almeno dammi la possibilità di dire a tuo padre che ci ho provato."
E quelle dentro le sue orecchie sono le parole che Calton non ha la possibilità di ascoltare e questo dopo la sua bocca è il cazzo di buco più scuro del mondo: freddo come un mattino senza coperte, buio come il corridoio prima del bagno. La parte brutta è che ti trovi sempre qualche motivo sotto le palpebre per cui vale la pena premere il grilletto.
Solo che ce n'è sempre uno per cui vale la pena vivere.
C: "Dunque, per me un cocco e menta con pesche e crema di latte. Mi ci fai mettere lo zenzero come l'ultima volta per favore?"
M: "Io invece..."
C: "Lei invece prende quei datteri con frutti di bosco e grattata di cocco. Portale anche dei pasticcini all'anguria e un bicchiere di succo di fragola."
Il cameriere fa un cenno con la testa. Tanto, se avesse parlato, Calton non lo avrebbe sentito, come non sente tutti gli altri rumori, come non avverte altri odori, come non vede altri colori mentre ammira la faccia di Melanie e quella espressione di sorpresa che vorrebbe rimanesse lì per le sue prossime sei reincarnazioni.
M: "Questo cos'era?"
C: "Era il cameriere, li usano per prendere le ordinazioni. Noi gli diciamo quello che vogliamo, lui lo scrive..."
M: "Non parlo di quello, parlo di quando il tuo schifoso maschilismo ti ha fatto prendere decisioni al posto della tua dama. Non osare mai più fare una cosa del genere, intesi?"
Ed è più o meno dalla parola "schifoso" che Calton cominciò a trattenere il respiro, fu da quella parola in poi che lei cominciò ad aprire le labbra, come un sipario, sul suo sorriso. Fu da quella parola, e per un millennio o giù di lì, che Calton tenne il fiato. E che per tutto il tempo che passò, si limitò ad esistere, in apnea, per quel sorriso.
C: "Intesi, intesi. È che ho letto su una rivista per uomini che le donne adorano il mashio che sa scegliere!"
M: "Certo, io adoro chi mi impedisce di prendere il succo di carota!"
Calton aspettò più del dovuto che lei sorridesse. Non lo fece.
C: "Hai presente quando smetti di sorridere? Cioè, un attimo prima di richiudere le labbra, c'è una cosa che fai col naso. Una smorfia. O una cosa del genere."
M: "Di che parli?"
Cristo di un Dio! - Pensava - riesci a dire una cazzo di frase senza sorridere? Senza mettermi in pause il cervello?
C: "Una cosa tipo..."
Ci provò. E non è vero che se provi una cosa un milione di volte prima o poi ti riesce.
Cameriere: "Avete chiesto questo, ragazzi?"
Poi apre gli occhi. Non credeva fosse possibile avere più paura di prima.
E: "È questo che vuoi, ragazzo? Spararti in bocca senza una telecamera? Senza una foto ricordo per mamma e papà? Che senso ha? Aspetta almeno la stampa, no? Non vorrai ti prendano dopo che ti sei fatto saltare il cervello?"
C: "..."
E: "Non hai voglia di parlare, vedo. Senti, facciamo così, parlo io. Dunque, di che vogliamo parlare? Dello studio? No, se stessi in classe con Steven Hooking lui ti chiederebbe gli appunti! Parliamo di Mamma e Papà? No, per niente, l'adozione rende così amorevoli i non-genitori! Sei la luce dei loro occhi"
C: "..."
E: "Vediamo se mi avvicino al punto?"
Pioggia. Pioggia fredda. Gelida. Non c'è una sola cosa che non sia gelida qui. Sembra che sia fatto apposta. Avete mai visto un film con un ragazzo di colore che si suicida in pieno pomeriggio di settembre?
M: "Sì, credo."
C: "..."
M: "Grazie."
Cameriere: "Come se non fosse il mio lavoro!"
C: "..."
M: "Cosa c'è?"
C: "Quella... smorfia."
M: "Questa?"
Ride, poi lo fa. Una smorfia che le inarca le narici, le piega il labbro inferiore verso l'alto, le socchiude impercettibilmente gli occhi.
C: "Io... io volevo solo dirti che quella cosa... credo che quella smorfia la si dovrebbe dichiarare illegale."
Porca troia, porca troia, porca troia.
Non conta quanto tu sia nella merda. Che tu perda il treno o che tu ti trovi a venti metri dal suolo a spompinare una calibro quarantacinque, le parole che ti saltano nella testa sono sempre le stesse.
C: "..."
E: "Allora, ho trovato questa foto in uno dei cassetti a casa tua..."
Calton non credeva di poter muovere il suo corpo così velocemente. Esisteva un attimo prima accovaciato a terra, dava le spalle a Ector Giliani, aveva il ferro in bocca. Esisteva un attimo dopo, in piedi, con gli occhi che riflettono la mano di Ector sotto l'impermeabile, lo stesso sapore che immagina si abbia sulla lingua a tentare di mangiare un cancello e la bocca del ferro in direzione dell'uomo che sta sbagliando tecnica di salvataggio.
C: "Bata, Ector. Sei un caro amico di papà, non voglio farti male."
E: "Mi aspettavo che avrei dovuto almeno chiamarla puttana per farmi puntare il ferro, sai?"
C: "Chiamarla in quel modo o mettere quella foto sotto la pioggia è il modo per farti ammazzare, Ector."
E: "Sì, certo. Ma sappiamo tutti e due che quella pistola è più sicura puntata contro di me che contro di te, Calton."
C: "Stai giocando con me?"
Pomeriggio di settembre.
M: "Ti stai prendendo gioco di me?"
C: "No, ti assicuro che è vero, le scivo io..."
M: "Sono meravigliose, Calton!"
C: "No, non lo sono... non loro..."
Come se non si fosse fatto cadere la Moleskine apposta, come se non avesse fatto di tutto perché lei le leggesse, come se non fossero, dalla prima all'ultima, tutte scritte per lei. E, no, non erano belle loro, non le poesie. Non con lei nell'universo.
M: "Bene, Calton: mi hai portata in quel delizioso locale, abbiamo fatto un'interessantissima chiacchierata sul cinema per scoprire che adoriamo Ethernal Sunshine of the Spotless Mind, ah, hai ordinato al posto mio! Abbiamo letto le tue dolcissime poesie..."
C: "..."
In qei venti secondi di silenzio, mentre l'ammirava intenta a torturarsi dolcemente il labbro inferiore con gli incisivi, niente aveva più peso, niente aveva più colore. C'era lei e, forse, da qualche parte, c'era il mondo. E lui, che ancora tratteneva il respiro.
M: "Ora, dopo tutto questo, Calton, cosa devo fare per farmi baciare?"
Calton stette zitto. E in tutta la sua vita non ci fu momento migliore per stare in silenzio. E pensava che i secondi e i centimetri che li separavano erano il tempo e la distanza più dolce del mondo.
E: "No, non sto giocando. È solo che tra me e te ci sono quasi quattro metri mentre c'era qualche millimetro tra la bocca della pistola e la tua ugola. Ho fatto progressi quindi, no? anche solo per una questione matematica!"
Sorride, allegro. Che cazzo hai da ridere, bastardo? - si dice Calton - Cosa credi, che io non abbia abbastanza palle per spararti? Prova a tirare fuori quella foto... prova a farlo, figlio di puttana! Credi che io stia scherzando? Credi che io scherzi? Credi che io abbia voglia di scherzare? Levati quel cazzo di sorriso dalla faccia! Levatelo! Cazzo! Porca troia, porca troia, porca troia!!!
E: "Che poi ci pensi che non hai mai sparato? Cioè, non per me, cazzo, ci mancherebbe. Ma lo sai che ci sono molte possibilità di bucare questa foto? O quantomeno di sporcarla di sangue! Ti preoccupi tanto della pioggia!"
Porca troia, porca troia, porca troia, porca troia, porca troia, porca troia!!! - sempre le stesse parole a girarti nel cervello.
Calton piange, trema, impazzisce e sbava, non credeva si potesse farlo contemporanemente. Sembra che il sangue pompi solo in quel cazzo di indice tremolante. Lo faccio - pensa - non posso più tornare indietro. Lui e poi me.
Sì. lo faccio... lo faccio... lo faccio...
C: "ORA BASTA, STRONZO!"
E: "Dovrebbe essere giù adesso."
C: "Che cazzo stai dicendo?"
Gli occhi si sgranarono quasi a cadergi dalle orbite mentre scopriva che il suo braccio poteva tremare ancora di più.
Porca troia, porca troia, porca troia. Tutto, ma non questo!
E: " Sì. le ho fatto un colpo di telefono. Ho pensato lti facesse piacere averla qui mentre mi uccidi e, perché no, mentre uccidi te stesso."
Ora Calton piange, abbassa l'arma, sbava, singhiozza.
C: "Io, non posso più tornare indietro..."
Ora calton ha la pistola alla gola.
E: "Puoi. Io so come fare. Credi in me?"
Sono i particolari che fottono. Ector lo diceva sempre. Il dito di Calton smette di tremare.
M: "Mi credi se ti dico che il l'ho sognato tutto questo?"
C: "E tu mi credi se ti dico che ti amo da quando mi hai sorriso la prima volta?"
M: "Se credo nei sogni, come potrei non credere a te?"
M: "Ah, a proposito: io odio il succo di carote."
E quel bacio dimostrò a Calton che non esiste una seconda volta, che tutte le volte sono prime e che ogni cosa che fai è più bella se la pensi ultima, che seconda volta.
E: "Io so qual'è il tuo problema, posso risolverlo. Credimi. Dammi la pistola. Ora lascia fare a me."
C: "Ti prego..."
Lo disse mentre gli tendeva la pistola, mentre stremato dalle lacrime lasciava tutto nella mani della seconda persona di cui, al mondo, si fidava. Si liberò del peso più grande del mondo. Lui era Atlante e avava appena trovato qualcuno che gli tenesse il pianeta sulle spalle al posto suo.
E: "Fidati di me."
Lo disse alzando la pistona davanti a sé, all'altezza degli occhi di Calton. La teneva stretta e salda nella mano, Calton guardava stranito il buco, gli pareva di sentire di nuovo il suo sapore in bocca, Avrebbe almeno voluto gridare. E tutto ad un tratto, Calton, scoprì che c'era un modo per stare peggio di prima.
M: "Dovrebbe essere tutto qui dentro, fammi sapere se ho dimenticato qualcosa."
C: "Come se mi importi qualcosa!"
M: "Certo, ormai è la risposta che dai a qualsiasi mia affermazione. È rimasta qualcosa di cui ti importa, Calton?"
C "Qualcosa che non sia tu, o la nostra storia?"
M: "Se ti fosse importato davvero, Calton, avresti tirato fuori le palle quando necessario".
C: "Io..."
M: "Basta, Calton, sono stanca."
E a volte può bastare chiudere una porta per far impazzire un uomo.
E spesso può bastare premere un grilletto per uccidere un uomo.
E: "È tutto finito adesso."
Uno sparo. Il secondo sparo Calton non è in grado di sentirlo.
Porca troia, porca troia, porca troia. Che tu abbia rotto il bicchiere dalla cristalliera di tua madre o che tu stia solo, su un quarto piano a fanculonia, con un pazzo che ha appena sparato due volte. Non fa alcuna differenza.
C: Marmallata...
sabato, 08 luglio 2006
Marmellata
parte prima
Porca troia, porca troia, porca troia.
Sono le uniche parole che gli fanno eco nella testa, battono contro le pareti del cranio come quei vecchi videogames con le barre. Gli gonfiano gli occhi di una lacrima in più ogni volta che saltellano nel suo cervello. Gli tirano i nervi e lo fanno pisciare addosso. Gli suonano nelle orecchie a ritmo delle sirene della polizia. Non era chiamando a casa che gli avrebbe impedito di arrivare. E in quei metri di tempo prima del loro intervento, Calton, quello nero con gli occhiali, pensa a come cazzo è finito al quarto piano di una costruzione semidistrutta nel buco del culo di L. A.
Porca troia, porca troia, porca troia... sta venendo verso di me.
M: "Ciao, Daniel. Calton, pensavo che dopo i corsi potessimo finire quel teorema sull'ipercubo."
C: "Certo, Melanie. Avevo una congiunzione astrale ma la rimando volentieri."
M: "E dai, idiota. Se hai da fare facciamo un altra volta."
C: "Mannò, credo di potermene uscire con uno strappo muscolare, sai, il mio allentore le prende seriamente queste cose... Ti faccio un colpo di telefono, ok?"
M: "Ok... va bene..."
C: "Ok. Perfetto..."
M: "Solo che... tu non hai il mio numero."
C: "Ah, no? wow, questa si che è una bella gaffe, trovi? Scrivimelo qui, va'!"
M: "Va bene, Calton Ahioze Corwell, ma sappi che potrei cambiare idea per quando mi chiamerai..."
C: "Perché dovresti?"
M: "Perché sono stronza oltre ogni tua immaginazione."
E voltandosi per prendere il corridoio, gli tagliò la frase a metà e gli cambiò l'inquadratura dal sorriso alle sue scapole nude. E Calton rimase lì a godersi tutta la scena fino alla fine del corridoio, poi battè le palpebre come sipario e si voltò a riprendere la sua vita lontano da lei. Una donna normale occupa nella quarta dimensione quaranta secondi per completare quel corridoio - pensava - come può essere, nella stessa quarta dimensione, essermi sembrato un secolo...
D: "Non mi ha salutato."
C: "Ha detto: ciao, Daniel"
D: "Quando è arrivata, non quando è andata via."
C: "Non ha salutato manco me, era una questione di scena!"
D: "Cazzo, Calton, non ti ha salutato, è vero!"
Daniel non era un cattivo ragazzo. Era forse troppo intelligente e troppo annoiato al tempo stesso, o forse troppo intelligente e troppo incompreso allo stesso tempo. Fatto sta che a Daniel l'intelligenza non mancava. E manco la voglia di prendere per il culo.
D: "Hey, ma vogliamo parlare di questo sporco trucco per farti dare il numero? O preferisci prima fare due chiacchiere sul tuo allenatore più inesistente dell'amore nell'Hokey?"
C: "E dai, Daniel. Non rompere le palle. In un modo devo pur lavorare, no?"
D: "Lavorare? Torna al club di scacchi, matricola. Lasciale fare ai professionisti 'ste cose! E poi, dimmi, allenatore di che? Dai, dimmi Boxe, ti prego..."
C: "Cazzo, Daniel. Sei un dito nel culo alle sei del mattino."
Il corridoio del College aveva sempre un colore tenue datogli dal sole sembrava uno di quei posti che di notte non esistono. Come se un casuale calcolo matematico facesse, in determinati orari, sparire delle cose per farne apparire altre. E questo posto puzza di merda e lui ha una paura fottuta. Questo palazzo, probabilmente, esiste soltanto di notte.
Porca troia, porca troia, porca troia.
M: "Pronto?"
C: "Haem, cerco la signorina Melanie, è in casa?"
M: "Si, Calton, sono io..."
C: "Sono il segratario del signor Corwell, voleva confermarvi l'appuntamento per oggi pomeriggio, madame."
M: "Ahahaha, ah, si? E dove sarebbe?"
C: "Alle diciotto al Caffè Samoa, Madame."
M: "Non posso esserci..."
C: "Co - cosa... stai scherzando vero?"
M: "... prima delle diciotto e trenta. Cos'è, mi da del tu adesso, segretario?"
E era lì fuori, alle diciotto e dieci, su una panchina in posizione strategica. A guardare senza essere visti, per entrare due minuti esatti dopo di lei. Tutto costruito, pensato, senza quell'istinto stupido che fa andare solo tutto a puttane. Dodici cambi, tre docce, i capelli appena rasati, la barba, le unghie, tutto perfetto. E la sacca con dentro gli asciugamani sporchi, e il completo da ginnastica e i guantoni legati al laccio. Tutto perfettamente simulato: dal disinteresse verso di lei, alla boxe. Compreso il cerotto sotto l'occhio e il piccolo livido fatto col freddo dello spray per contusioni. Tutto perfettamente realistico. Perché, come dice sempre Ectror, sono i particolari che fottono. A nessuna donna interessa avere un uomo che può avere in qualsiasi momento, papà glielo ha sempre detto.
E poi lei, il suo profumo...
Porca troia, porca troia, porca troia.
M: "Cerco Calton Ahioze Corwell, ha mica visto un grosso e occhialuto ragazzo di colore?"
Che ci fa dietro di me? - pensa - prendi il controllo, prendi il controllo...
C: "Di che colore?"
E in quel momento avrebbe avuto più senso rispondere: "marmellata"! Il dubbio su una cosa sciocca è molto meglio di un una certezza su una pessima battuta. Ma lei sorride lo stesso e di nuovo il tmepo dura più del normale senza mai durare abbastanza, di nuovo la vita di Calton Ahioze Corwell ha senso.
Porca troia, porca troia, porca troia. Fa freddo quassù e questa pistola pesa quanto il Cile. Sente i rumori dei passi, un po' più forti dei suoi denti che battono. Sente il freddo della pioggia e quello della pistola e non sente più freddo di quanto non ne senta nelle budella. Non è più bagnato sulla pelle di quanto non lo sia nel cuore.
Forse lì sotto ci sono suo padre e sua madre. I passi sono vicini, bacia il buco della canna della pistola. Come si esce da tutto questo?
Dietro le sue spalle:
E: "Calton Ahioze Corwell, sei in casa?"
C: "Marmellata..."
mercoledì, 05 luglio 2006
Stanotte dose doppia! Perché? Perché non riesco a dormire, ecco perché! È una motivazione poco letteraria? Poco male, non conto di farci soldi. La notte mi sembra pesante, faccio fatica a sollevarla, mi sento Superman che cerca di tirare su un caterpillar di criptonite! Ma è una cosa da nulla. A uno che scrive, qualcosa deve sempre ricordare qualcos'altro. Avete presente il rumore secco del proiettile che trapassa la rotula e il viscido suono del sangue che viene sputato fuori? No che non ce l'avete presente, quando cazzo mai lo avreste sentito, eh? Andate a fare in culo ad uno ad uno...
Tu no, tu perché non vieni qui?
mercoledì, 05 luglio 2006
Zero punto quattro secondi
Parte seconda
Le mie ore di veglia sono troppe per un uomo soltanto. Gurdo di nuovo l'orologio, l'una e ventitrè. Mi concedo qualche secondo in assenza di tempo. Passo l'ingresso ma mi fermo sulla soglia. Centotrenta metri quadri circa, due aperture. Su una ci sono io, sull'altra no.
Passano dieci minuti e trentasei mussulmani su quella porta. Sulla stessa porta, dopo di questi, Nourredine si accorge della mia presenza e quel modo di sollevare il mento dovrebbe essere un saluto per me. Subito dopo mi da le spalle, stende il tappeto: i Mussulmani non toccano la terra quando pregano, si inginocchia, chiude gli occhi, e tutti con lui.
Sa chi sono, sa che lo cerco, sa che sono ciò che lo separa da un'accusa di omicidio e la sua unica azione è darmi le spalle e pregare. Cerco di essere lui, di pensarmi nella sua situazione. Mi immagino lì inginocchiato con la Mecca davanti e la galera dietro. Sono lui e sono spaventato, sono speranzoso, cerco il fattore sorpresa per usare l'altra porta. Sono lui e sono impaurito, sono umiliato, sono rassegnato, penso alle pattuglie fuori dalla Moschea, alle grida dei miei fratelli quando le manette scatteranno ai miei polsi.
Ed è lì che torno ad essere me. Mi penso, mi penso in una Moschea a metà tra in nulla e il nient'altro, con quaranta Mussulmani che, per difendere un fratello, potrebbero anche ripensare alla storia della non violenza. Sono solo.
Mi penso solo, in mezzo al niente, mi chiedo peché lo stia facendo. Mi si ghiaccia lo stomaco ma solo per un istante. Mi si slacciano i polmoni ma li tengo su con una risposta: Ector.
Ed è da lì che ripenso a quello che mi tiene lì dentro, oltre al mio assoluto e insensato menefreghismo nei confronti della mia stanca vita dovuto, senz'altro, alla mia assenza di eredi. O, almeno, così pensa Nolan, il mio psichiatra.
Ed è quello che devo a lui che mi fa stare sotto quell'arco a giocare a schacchi tra la mia pensione e il mio funerale.
E a me i funerali non sono mai piaciuti, ma pure la pensione non mi alletta granché. Ector ha fatto troppo per me perché io non faccia questo per lui. Ha salvato il mio ragazzo, questo non si dimentica con nessun bicchiere di rum.
Ho pensato tutta la notte a come comportarmi con un assassino innocente. Metà di me deciderà dopo avergli parlato, l'altra metà ha deciso di scaricare il barile a un giudice. Non è il mio lavoro, Andri ha ragione.
E qui il mio intervallo finisce, le luci in sala si spengono, è il secondo tempo: vediamo cosa mi ha preparato il regista.
Sono tutti in piedi, si salutano, si sorridono, piegano i tappeti, si stringono le mani. Non lo perdo di vista, mi guarda, mi sorride,ed è in quel sorriso che mi fa gelare il sangue e tutte le risposte del mondo, stavolta, non mi reggono i polmoni. Ansimo. Esco in fretta, forse chiederei al mio corpo di correre via se credessi di poterlo fare, quindi archivio l'imput prima ancora di farlo partire. Mi fermo fuori mentendomi tra la volontà e la costrizione, mi tocco il cuore ma ci trovo il mio petto davanti. Le gambe mi tradiscono, poi fanno lo stesso le braccia, da qui al buio lo spazio è breve. Gran bel secondo tempo. È a questo punto che sorrido, non c'è molto altro da fare. Aspetto la terra che viene verso il mio corpo, ma mi fermo a metà strada.
“Tutto bene, Detective Corwell?”
Le sue braccia mi tengono come se pesassi quanto un pacchetto di Mento's, cerco di tenere la parte ma so che non ci riuscirò.
“Tutto bene, Nourredine.”
Mi tiene fino a farmi sedere su una panchina a pochi metri, fa tutto lui e a me sembra lo stesso di arrivare in ginocchio a Tokio.
Poi, mentre si siede:
“Vuole dirmi qualcosa, detective?”
“Grazie, prima di tutto.”
Fa di un cenno con la testa la sua risposta.
Nourredine occupa sulla terra lo stesso spazio di una piccola utilitaria, ha uno sguardo che va oltre quello che sta guardando, le mani grandi e un sorriso che sembra più un modo di deridere il mondo che di sorridergli. Veste di chiaro, ha un'anello color argento all'anulare sinistro, gli occhiali, e un odore vago di caffè. È intelligente, scaltro, veloce e sa giocare a scacchi.
Potrebbe picchiarmi, stendermi e uccidermi anche cambiando l'ordine di queste tre azioni ma non lo fa. Sta qui, mi evita un attacco di cuore e, pur sapendo che non lo prenderei neanche se lui corresse a piedi e io in moto, non scappa. E forse non scappa proprio perché lo sa.
Potrei girarci intorno, chiedergli degli scacchi, della sua vita e della sua religione. Potrei parlare con lui di un milione e mezzio di cose ma a me interessa una cosa soltanto:
“Nourredine, sai chi è Ector Giliani?”
“Si, uno degli uomini che ho ucciso, Detective Corwell.”